Racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano - Fabio Fiori

venerdì 10 novembre 2017

Il vento i giorni

Giovedì 16 novembre 2017, sarà in libreria il mio nuovo libro:

"Il vento i giorni"

Una storia mediterranea che parte da Ancona, da dove, come su un’isola, si vede sorgere e tramontare il sole sul mare. Il protagonista è Cosimo, solitario pilota portuale, impegnato in un difficile rapporto con due donne delle opposte rive dell'Adriatico, un mare d'oriente screziato dal vento. Nell’arco di tre stagioni, Anna e Vesna metteranno in crisi le scelte fatte da un uomo che ha cercato di attraversare da solo il luccicante vuoto italiano e le tragiche vicende balcaniche di fine Novecento. Storie collettive e difficoltà personali si intrecciano in un noir dell’animo, l’animo dei marinai. Sullo sfondo la “piccola Marsiglia”, con odori, sapori e colori di un antico porto. Immagini limpide e sentimenti evanescenti compongono pagine di luci e ombre. Il tutto cadenzato dal rumore delle onde, nell’infinito orizzonte marino.



sabato 4 novembre 2017

Anemofilia

E' ancora una volta dalla Natura che il musicista Fabio Mina trae ispirazione per il suo nuovo disco,  intitolato “High Wind May Exist”  (2017, Da Vinci Edition), di cui è possibile ascoltare un estratto su YouTube.

Se in “The Shore” qualche hanno fa aveva lavorato sulle sonorità marine, questa volta è il vento che ha prima acceso la curiosità per poi muovere la creatività. Per i greci il vento era anemos, da cui derivano non solo tante parole legate al fenomeno atmosferico ma anche all'anima. Nel Vangelo di Giovanni si legge “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dal Vento”. Vento come Spirito, perché in ebraico si usa la stessa parola: רוח "ruah". Più materialmente “Il vento scrive” dicevano un tempo i marinai, che dovevano saper leggere il mare e il cielo per navigare e, qualche volta, salvare la barca e la vita.
Ascoltando il tuo nuovo lavoro si potrebbe pensare che il vento “scriva” anche spartiti.
Il vento lascia delle tracce, dà degli stimoli per creare qualcosa. Nel mio caso, la musica di questo disco ha solo delle piccole parti scritte, per il resto si sviluppa attraverso l’improvvisazione,  partendo da sensazioni, suggestioni, ricordi.
Come è cominciata questa tua passione, quest’anemofilia?
Tutto nasce da qualcosa di istintivo, da sempre ho il ricordo di come mi sentissi meglio, rigenerato e pieno di forza nelle giornate di vento, ho sempre avuto la fortuna di abitare accanto al mare e vicino a spazi aperti.
Poi a un certo punto hai deciso di metterti in viaggio per cercalo?
Sì, ho compiuto un piccolo viaggio in Italia assieme a mio fratello Luca che ha raccolto testimonianze video, facendone poi un documentario: “Second Wind”. Abbiamo ascoltato la Bora sulle banchine di Trieste, il Maestrale sulle dune della Sardegna, i venti ribelli dei crinali dell’Appennino. Ma abbiamo voluto immergerci anche nei nuovi paesaggi eolici, quelli delle tanto discusse pale eoliche, incontrando chi fa ricerca e lavora nel settore.
Hai scoperto qualcosa di nuovo o cosa ti è piaciuto di questa ricerca sul vento?
Gli incontri con le persone e i paesaggi che sono modificati dal vento e sono la traccia visibile del suo passaggio. Il vento poi è l’elemento imprevedibile per eccellenza e quindi, a volte, ci ha sorpreso anche con la sua assenza, proprio dove eravamo sicuri di trovarlo.
Hai raccolto anche la voce del vento o ti sei limitato ad ascoltarlo, per poi trasporlo musicalmente?
Nel disco sono presenti molti suoni del vento, alcuni immediatamente riconoscibili ed identificabili, altri più nascosti e insoliti. In Sardegna ho registrato il suono del vento che forma le dune, con dei microfoni immersi nella sabbia. Oppure  quello che fa risuonare tutto ciò che incontra: rami, tubature, fili, sartie e tanti altri “strumenti”. Il vento è il musicista dei musicisti.
Tu suoni il flauto e tanti altri strumenti a fiato o aerofoni, utilizzando un linguaggio più tecnico e al contempo evocativo; hai quindi un rapporto musicale con l'aria in movimento.
In ogni luogo esistono da sempre leggende che narrano di come la nascita degli strumenti a fiato sia stata casuale, frutto dell’interazione del vento con un ramo cavo o con una canna. Un legame che rimarrà per sempre.
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L'articolo completo è pubblicato oggi 3 novembre 2017, sul Corriere Romagna 

lunedì 30 ottobre 2017

Il vento i giorni

La barchetta di carta incomincia a navigare, da una riva all'altra del Mediterraneo: Genova, ieri su Il Secolo XIX.

venerdì 20 ottobre 2017

Il vento i giorni

Ecco la copertina del mio nuovo libro, un romanzo!
"Il vento i giorni"
appena pubblicato per i tipi di Italic & Pequod di Ancona.

Lo presenterò insieme ad Antonio Luccarini mercoledì prossimo,
25 ottobre 2017, ore 17:30
alla Libreria Feltrinelli di Ancona, evento inaugurale del Festival Adriatico Mediterraneo. Per saperne di più, cliccate qui.
Vi aspetto e vi anticipo la quarta di copertina.

Una storia ambientata principalmente ad Ancona, da dove, come su un’isola, si vede sorgere e tramontare il sole sul mare. Il protagonista è Cosimo, solitario pilota portuale, impegnato in un difficile rapporto con due donne delle opposte rive dell’Adriatico, un mare d'oriente screziato dal vento. Nell’arco di tre stagioni, Anna e Vesna metteranno in crisi le scelte fatte da un uomo che ha cercato di attraversare da solo il luccicante vuoto italiano e le tragiche vicende balcaniche di fine Novecento. Storie collettive e difficoltà personali si intrecciano in un noir dell’animo, l’animo dei marinai. Sullo sfondo la “piccola Marsiglia”, con odori, sapori e colori di un antico porto mediterraneo. Immagini limpide e sentimenti evanescenti compongono pagine di luci e ombre. Il tutto cadenzato dal rumore delle onde, nell’infinito orizzonte marino.




martedì 3 ottobre 2017

Velabondismo












Un altro viaggio, in deriva; un altro arcipelago, le Sporadi settentrionali.
E' appena uscita in edicola BOLINA di ottobre 2017, con il racconto del mio velabondaggio estivo. Sula canale Youtube della rivista e sulla sua pagina Facebook potete vedere anche un piccolo trailer.

Oggi non esistono più luoghi remoti, ma si possono ancora fare viaggi remoti. Andando a piedi o in bici, vagabondando; oppure a vela, velabondando. Una vela pura, addirittura ascetica, nel significato originario, laico della parola. Ascesi come esercizio; esercizio esclusivo di vento e di mare; esercizio di pazienza, prudenza e, qualche volta, penitenza. Per un'askesis velica alla scoperta delle origini mediterranee, non c'è niente di meglio del mare Egeo o Arcipelago, come lo chiamavano gli antichi.
Sì, ma dove? Sporadi, “Isole meravigliose!” disse Katimbalis a Patrick Leigh Fermor, gran viaggiatore e narratore inglese, innamorato della Grecia. Al Peloponneso, e ad altre “private invasioni della Grecia”, ha dedicato uno dei suoi libri più belli: “Mani”, pubblicato per la prima volta nel 1958, sintesi di numerosi viaggi fatti “in corriera, di lunghi tratti a cavallo, a dorso di mulo, a piedi, su vapori e caicchi interinsulari, e molto di rado, per un paio di settimane sibaritiche, su uno yacht”.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di ottobre 2017.

domenica 1 ottobre 2017

Pirsig, quando la vela è zen

La vela permette il ritorno all'antica “realtà del buio, del caldo e del freddo”. Con questa frase semplice e diretta Robert M. Pircig riassumeva il senso di una delle sue grandi passioni. Quella per la vela, di certo meno nota, di quelle per la motocicletta, lo Zen e i viaggi, che gli diedero fama internazionale, a partire dalla fine degli anni Settanta del Novecento. Pirsig ci ha lasciato nella primavera scorsa ma a bordo ci rimangono due suoi libri fondamentali: “Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta” un bestseller pubblicato per la prima volta nel 1974 e “ Lila: indagine sulla morale”, uscito nel 1991, dopo un lungo e doloroso silenzio, legato anche alla morte violenta del figlio che lo aveva accompagnato nel primo viaggio. Se già nel titolo il libro d'esordio esplicita il mezzo dell'avventura, nel secondo bisogna almeno leggere la quarta di copertina per capire che si tratta di una lunga riflessione filosofica fatta durante una navigazione in barca a vela.
“Secondo me insieme con la barca noi compriamo lo spazio, il nulla, il vuoto...enormi distese di acque aperte... e distese di tempo senza scadenze... E' una merce che vale un sacco di soldi... difficile da trovare in questi tempi”. Così racconta Fedro, il protagonista del libro, nonché armatore e comandante, ad altri marinai incontrati lungo la rotta che dal Lago Superiore lo porterà all'Oceano Atlantico.
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L'immagine del post è un'omaggio ad Aretè, il Westsail 32 con cui Pisig attraversò l'Oceano Atlantico e con cui navigò per decenni.
L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di settembre 2017

mercoledì 27 settembre 2017

Notizie

Venerdì 29 settembre 2017, ore 21
Rimini, Teatro degli Atti, Via Cairoli, 42

In occasione della Notte Europea dei Ricercatori

LE PAROLE DEL MARE

Spettacolo teatrale
Il racconto degli effetti devastanti dell’inquinamento da plastica nel mare.
Conferenza spettacolo con performance teatrale a cura di Reparto Prototipi liberamente tratta da “Come è profondo il mare” di Nicolò Carnimeo
A cura di Arianna Morri
Regia e Ideazione Paola Doghieri, con Aldo Saporetti, Simona Matteini, Orietta Villa

A seguire un incontro pubblico dedicato al mare, ai problemi ambientali, ma anche alle tante  opportunità che continua a offrire; con Nicolò Carnimeo, Anna Montini e Fabio Fiori.

domenica 24 settembre 2017

Anemofilia

Cantiere Anemos!
Così chiamerei l'esperienza pittorica e teatrale che Oriana, Paolo e Andrea di Carloforte, sull'isola di San Pietro in Sardegna, hanno realizzato l'estate scorsa, a partire dal mio libro Anemos. Per una sera un piccolo cantiere, dove ancora un maestro d'ascia costruisce e ripara barche in legno tradizionali, è diventato il palcoscenico di una performance per mani e voci. Mentre Oriana dipingeva rose dei venti su vecchie tavole, Paolo e Andrea leggevano brani selezionati da Anemos, un libro che come il vento va libero sulle acque del Mediterraneo. Un mare che, malgrado i drammi di questi anni, è ancora l'orizzonte naturale e culturale comune di milioni di persone. Un mare spazzato da venti indomabili e profumati, ribelli ed evocativi
Kalós ánemos! Buon vento, confratelli carlofortini.

PS
Trovate bellissime immagini e informazioni di questa serata sulla pagina fb di Oriana Bassani e della Libreria "Dai Giournoli"  che ha organizzato l'evento. 

lunedì 28 agosto 2017

Il mare, le barche e le immagini di Gabriele Musante

Nello “specchio del mare”, parafrasando il titolo di un grande libro di Joseph Conrad, ogni marinaio vede la sua immagine, fatta di esperienze e ambizioni, di viaggi e di sogni. C'è chi li porta semplicemente dentro per tutta la vita e con il tempo inevitabilmente si disperdono, come la scia di una nave. Alcuni invece provano a lasciarne traccia, attraverso i racconti, fatti di parole o di immagini. Così fa da trent'anni Gabriele Musante che con grande passione va per mare e usa la china, la matita e l'acquarello. Parte di questo lavoro è stato raccolto ed è esposto fino a domenica 3 settembre 2017 nelle sale espositive del Museo della Marineria di Cesenatico, che fin dalle origini porta avanti parallelamente un doppio, importante, lavoro di documentazione, storica e contemporanea, legata ad autori che il mare lo vivono, lo studiano, lo raccontano oggi nella sua immutata bellezza, nel suo insuperabile fascino. Un Museo che, consapevole della lezione di Fernand Braudel, crede che “il mare, così come si può amarlo e vederlo, sia il più grande documento esistente sulla sua vita passata”.

Gabriele Musante, marinaio innanzitutto, quando si è appassionato al mare e alla vela?
Sin da bambino, da quando andavo in vacanza in Liguria con la famiglia. Prima attraverso la pesca subacquea poi, a 17 anni, ho fatto il primo corso di vela al Centro Velico di Caprera. Fu un’esperienza illuminante, da lì la mia vita stata guidata da due passioni: quella per il mare e la vela e quella per la pittura.
Quali esperienze ritiene siano state fondamentali?
Per la vela sicuramente l'approccio con Caprera e in seguito il periodo trascorso a Cervia negli anni Ottanta, frequentando Ettore “Uccio” Ventimiglia, partigiano e pioniere della vela da diporto italiana, Giuseppe “Peppino” Sartini, maestro d’ascia e titolare dell’omonimo cantiere, e molti altri.
Un mare che racconta per immagini, con quali tecniche?
Da sempre preferisco la matita e la china, a volte l’acquerello.
Quali scuole ha frequentato e quali maestri ha avuto?
Liceo Artistico e Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, scuola di scenografia. Lì il riferimento è stato il professore di storia dell'arte e noto critico Raffaele De Grada.
Più in generale quali sono stati e quali sono i suoi autori di riferimento?
Per il fumetto sicuramente Hugo Pratt che, con le avventure del marinaio Corto Maltese, ha fatto sognare una generazione intera. Ma altrettanto potenti sono state le suggestioni di scrittori che hanno saputo narrare il fascino del viaggio e della scoperta, umana e culturale; innanzitutto Ernest Hemingway e Robert Louis Stevenson.
Molte delle tavole esposte a Cesenatico realizzate negli anni Novanta del Novecento hanno come soggetti barche costruite nei cantieri romagnoli; perché e che rapporti ha avuto con costruttori, armatori e progettisti?
Durante il periodo trascorso a Cervia intorno al Cantiere Sartini gravitavano progettisti come Philippe Harlé e il suo grande allievo Jean-Marie Finot, o personaggi che non hanno bisogno di presentazioni come Cino Ricci o meno noti in Italia, ma molto conosciuti in Francia, come Laurent Cordelle. Tutti trasmettevano la grande passione per quel mondo, in un momento di particolare fermento non solo tecnico ma ideologico, si pensava infatti che la vela potesse diventare alla portata di chiunque la amasse.
Altri quadri esposti sono invece il frutto di collaborazioni editoriali, con riviste ed editori; che rapporto c'è tra committenza e ispirazione?

La maggior parte vengono dalla collaborazione con Bolina, un mensile di culto per i velisti fondato nel 1985 da Giorgio Casti, a cui io inviavo disegni e chine che raffiguravano soggetti scelti da me liberamente e poi il direttore li abbinava a sua discrezione con articoli calzanti. Credo che questa sia stata la collaborazione che mi lasciò la maggior libertà espressiva. Ci furono altri rapporti professionali con testate di Mondadori e Rizzoli dove a volte potei esprimermi sul mare.
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L'intervista completa la trovare oggi, lunedì 28 giugno 2017, sul Corriere Romagna.

lunedì 21 agosto 2017

Venerdì di magro

Alghe belle e buone, da mangiare.

Tempi duri per gli ittiofagi! Per paradosso (ma storicamente consolidato) proprio in queste settimane di mezza estate i banchi delle pescherie sono  quasi vuoti. Quasi, perché si trova sempre pesce di allevamento, cozze e vongole, e tanto (troppo?) congelato. Con il fermo pesca in atto, che comunque riguarda solo la pesca a strascico e volante, scaglionato per periodi nei diversi mari d’Italia, l’offerta ittica si è notevolmente ridotta.
Però… però si potrebbe rimediare con un po’ di sano spirito d’iniziativa, tenendo una canna o una lenza in mano o, in maniera un po’ più originale, provando a raccogliere alghe, ottime in cucina. Sì alghe, magari a partire dalla più comune lattuga di mare, che i biologi chiamano Ulva lactuca, nome con il quale ci si può sbizzarrire in Rete per ricerche nutrizionali e gastronomiche di più ampio respiro. Per chi invece voglia conoscere gli usi giapponesi, allora la parola chiave è aonori.
Come molte alghe è saporita e ricchissima di microelementi, comune e abbondante in acque basse, in zone protette da scogliere, naturali o artificiali. E’ un alga verde a foglia larga, simile proprio a quella dell’insalata. Alghe sconosciute ai più in Italia, ma apprezzate e molto consumate in Oriente e anche nel nord Europa. Con la consueta eccezione di Napoli, grande porto di mare e piazza peschereccia d’eccezione. Lì infatti la lattuga di mare la usano tradizionalmente per preparare le zeppole di mare, pasta crisciuta con le alghe, più nota come “ zeppulelle d’evera ‘e mare”. La lattuga di mare si può anche seccare in forno a bassa temperatura, dopo aver ben lavato e scolato le foglie, per poi sbriciolarle sul riso o sulla pasta come altre erbe aromatiche. Per chi invece ama sapori più delicati, con foglie fresche si possono preparare anche dei profumati brodi.
Viva le alghe in cucina quindi, a miglio zero, che ridurrebbero anche la pressione peschereccia, senza farci perdere il piacere insuperabile di un piatto di mare.

Pubblicato sul blog Venerdì di magro, de La Stampa - Mare, dove troverete anche tanti altri brevi racconti di pesci e pescatori.


martedì 11 luglio 2017

Venerdì di magro

Un estratto dall'ultimo post su La Stampa - Mare

“Le patelle sono animaletti coperti solo d’una scorza … et la sua polpa è molto saporita: si cuoceno sulla graticola, et sottostate nel modo, che si cuoceano, et si sottestano l’ostreche”, cioè prima lessata per poter essere estratta la parte molle, per poi metterla in padella con burro o olio, uno spicchio d’aglio, menta, maiorana, pepe e cannella, facendo cuocere per qualche minuto il tutto e poi servirlo con fette di pane. Così racconta Bartolomeo Scappi nella sua “Arte di cucinare”, pubblicata alla fine del Cinquecento. Se i gusti oggi sono cambiati e le patelle si apprezzano di più magari crude o facendo sughi per la pasta, rimangono comunque abbondanti sugli scogli nella zona mesolitorale, scrivono i biologi, cioè in quella che sta a cavallo tra la bassa e l’alta marea. Bisogna precisare che le patelle sono molluschi gasteropodi, cioè parenti delle chiocciole, e proprio come le chiocciole di terra sono erbivore, brucando le alghe che incrostano gli scogli.

Patelle che sono apprezzate in cucina anche da tanti liguri, come racconta Italo Calvino nel racconto “Pesci piccoli, pesci grandi”, dove uno dei protagonisti ha una vera e propria passione per questi “piatti molluschi che stanno appiccicati allo scoglio, e fanno col loro durissimo guscio quasi un tutt’uno con la pietra. …

Pubblicato sul blog Venerdì di magro, de La Stampa - Mare, dove troverete anche tanti altri brevi racconti di pesci e pescatori.

martedì 27 giugno 2017

Libri di mare e di costa

C’è stato un tempo in cui l’Adriatico si chiamava Golfo di Venezia che andava ben oltre il Canale d’Otranto. Erano i secoli in cui la Serenissima dominava il Mediterraneo orientale, con navi di legno e di pietra, cioè issando il suo gonfalone anche su tante isole, dalla Dalmazia fino a Creta e Rodi. Un tempo ormai lontano, conclusosi definitivamente con la fine della Repubblica di Venezia nel 1797, ad opera di Napoleone.
Ma le pietre hanno spesso una memoria più duratura dell’uomo e proprio alla ricerca di quelle pietre serenissime si è messo qualche anno fa Paolo Ganz. Dapprima nella sua amata Venezia, poi lungo la costa istro-dalmata, infine nello Ionio e nell’Egeo, raccontando quest’ultima avventura in “La Grecia di isola in isola” (Ediciclo, 2017; pp 190, 15,00 €). Dall’Adriatico all’Egeo, riprendendo il titolo della prefazione in cui si chiarisce subito lo spirito e i mezzi del viaggio, il punto di partenza, “Venezia, circondata dalla sua Laguna, protetta dalle barene trapuntate di ghebi serpeggianti” e quelli di arrivo, le tante isole “veneziane” ionie, egee e levantine. Il libro è diviso in cinque parti, ognuna con un chiaro riferimento geografico che è il filo conduttore della narrazione. Si incomincia con Rodi, la grande isola che segna parte del confine tra il mar Egeo e il mar di Levante, l’isola dell’ibisco, l’isola in cui Ganz sperimenta subito i rischi e le delusioni, ma anche le nostalgie e le curiosità che ogni viaggio sottende. Soprattutto per il viaggiatore attento, esigente, magari anche un po’ troppo romantico. Spesso quando si ritorna in un luogo, “Per non affrontare la disillusione bisognerebbe disfarsi del ricordo, come sanno fare gli scaltri contrabbandieri salonichioti, certe donne levantine, i mercanti turchi” e, aggiungiamo noi, i vagabondi di tutti i tempi e i luoghi. Agli aeri l'autore preferisce le navi, spesso malmesse, come quella che collega Trieste con Corfù, dove lo accoglie il “solito odore di sentina; l'odore del viaggio” e dove sperimenta la paura del mare, l'angoscia delle profondità buie e sconosciute, del naufragio che però “attraverso il filtro della mia incoscienza libresca, mi appare come l'inizio di una nuova vita”. Altrettanto sgangherati sono i ferry greci che collegano con la terraferma e, tra loro, le cento isole, vicine e lontane, piccole e grandi, tutte oggi strettamente dipendenti dall'economia turistica, ma non per questo meno affascinanti. Su quei traghetti Ganz riscopre la sua mediterraneità che, citando Jean-Claude Izzo, ti fa credere di essere navigatore anche senza navigare.

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La recensione completa è stata pubblicata lunedì 26 giugno 2017 sul Corriere Romagna

martedì 13 giugno 2017

Insulomania

ALICUDI


Le isole remote non sono solo quelle “minuscole macchie di terra che parevano essersi perse nella vastità dell'oceano”, riprendendo le parole di Judith Shalansky che qualche hanno fa ha scritto un fantasioso isolario. Remote sono anche tante altre isole mediterranee, dove magari non andremo mai, parafrasando sempre la scrittrice, bibliofila e isulomane tedesca. 
Tra le isole remote del Mediterraneo possiamo ascrivere anche Alicudi, la più isolata dell'Arcipelago delle Eolie. Ancora negli anni Cinquanta del Novecento era molto difficile arrivarci, le corse del traghetto da Messina erano bisettimanali, tempo permettendo, e lo sbarco non era diretto ma avveniva attraverso il rollo, la barca a remi che faceva la spola tra la nave e la spiaggia. Alicudi rimane comunque importuosa, essendo la cima tronco-conica di un vulcano spento, quindi quasi perfettamente circolare. Un vulcano di oltre duemila metri, se si considerano i 1.500 subacquei e i 675 emersi. Quello eolico è un arco vulcanico che si spinge ben più a occidente di quest'ultima isola emersa. L'insulomane non può dimenticare anche quelle isole sottomarine che mai raggiungerà e qui prendono nomi celesti: Eolo, Anarete e Sisifo. I geologi li chiamano oggi seamounts e ne indagano le caratteristiche anche per eventualmente sfruttarne la potenza geotermica. Gli insulomani invece continuano a sognare una, cento, mille ferdinandee, isole che improvvisamente appaiono dai flutti, per poi altrettanto rapidamente scomparire, come accadde nell'Ottocento nel Canale di Sicilia e come nelle settimane scorse potevano far presagire le notizie che arrivavano dalle acque dell’Arcipelago Toscano.
Nel frattempo Alicudi rimane un meraviglioso obiettivo, un’isola remota ma storicamente popolata fin dall'antichità, sul versante sudorientale, quello meno ripido.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di giugno 2017

mercoledì 7 giugno 2017

Notizie

In occasione della celebrazione della Giornata Mondiale degli Oceani (World Oceans Day), l’Istituto di scienze marine (Ismar) del Consiglio nazionale delle ricerche propone tra l’8 e l’11 giugno 2017, in collaborazione con la rete Ocean Literacy Italia (OLI), una serie di iniziative in diverse città d’Italia per sensibilizzare i cittadini grandi e piccoli sull’importanza del mare, sulle sue relazioni con la nostra vita quotidiana, sulle mille sfaccettature che lo studio approfondito di questo ambiente ci rivela giorno per giorno.

A Venezia, Ferrara, Marina di Ravenna, Cesenatico e La Spezia, le iniziative sono organizzate dal Ismar-Cnr in stretta collaborazione con attori del mondo della ricerca e della divulgazione, ma anche con artisti e operatori del sociale, dell’educazione e della cultura, dello sport e del tempo libero.

PROGRAMMA COMPLETO

mercoledì 31 maggio 2017

Notizie

Il 2 giugno 2017, la Federazione Italiana Vela organizza, attraverso i circoli affiliati, una giornata per promuovere la
cultura del mare e lo sport della vela. Tutti i ragazzi, a partire da sei anni, potranno gratuitamente conoscere e provare il piacere di andare in barca a vela, con l'aiuto di istruttori qualificati. Un'iniziativa importantissima per un Paese in cui la cultura del mare è semisconosciuta, malgrado gli ottomila chilometri di costa e l'inurbamento costiero dell'ultimo mezzo secolo. Gli italiani devono riscoprire il loro mare quotidiano e questo Vela Day della FIV è una bellissima occasione, da non perdere!

Per maggiori informazioni, anche su circoli aderenti e orari, consultare il sito della Federazione Italiana Vela 

giovedì 25 maggio 2017

Notizie







Questo granchio festante, appositamente disegnato da Luigi Divari, invita tutti Sabato 27 maggio 2017, dalle 10:00 alle 21:30 alla Libreria Mare di Carta di Venezia, per festeggiare i vent'anni d'attività. Un lavoro, quello fatto dalla titolare Cristina Giussani e dalle sue bravissime collaboratrici, che è fondamentale non solo per i tanti lettori affezionati ma più in generale per promuovere la cultura in una città che forse, per paradosso, più di ogni altra ha bisogno di mantenere vivo il rapporto con le sue inesauribili ricchezze: la laguna e il mare. Anche in questa occasione sarà ricchissima l'offerta di incontri con gli autori e con appassionati velai, marinai e pescatori che introdurranno pazientemente i partecipanti alle loro arti.

martedì 23 maggio 2017

Libri di mare e di costa

Sono pochi gli scrittori italiani che hanno raccontato il mare e ancora meno quelli che hanno dedicato un’attenzione particolare alla cucina del pesce. Perciò è doppiamente interessante “Sapore marino” (2016, Minerva) una antologia di Manuela Ricci dedicata alle pagine gastronomiche di Marino Moretti, che non era “affatto un gourmet”, riprendendo le sue parole, ma che ha comunque prestato un’attenzione discreta ai “mangiari” romagnoli, compresi quelli ittici. Innanzitutto perché Marino Moretti è nato, cresciuto e ha trascorso parte della sua lunga vita su quel canale che è ancora oggi l’aorta di Cesenatico, la sua fondamentale arteria economica e culturale. Lì da secoli i pescatori ormeggiano, lavorano, discutono, chiacchierano e mangiano anche, come ci ha raccontato Marino Moretti.  Lì, seduti in coperta sulle loro barche, i marinai mangiavano “Ognuno aveva una forchetta di stagno; ogni forchetta entrava nel catino a intermittenza, e ne traeva un pescetto gocciolante”. In quest’occasione lo scrittore non ci dice di cosa si tratta, ma in altre pagine parla di pesci da frittura, da brodetto e da gratella, precisando che “Del resto, siam tutti d’avviso che il pesce vuol la gratella”. E sulla graticola il pesce, nell’accezione più ampia, si può cuocere anche senza alcun condimento, purché sia freschissimo e di stagione, cioè con le carni particolarmente ricche di grassi. Così è per le seppie in questi giorni di primavera, come ben sanno i pescatori chioggiotti che per secoli hanno fatto scuola in Adriatico e non solo. Provare per credere, con seppie medio piccole di 200-300 grammi, da cuocersi arrosto senza alcun condimento, così come sono. Il nero e l’epatopancreas, rimarchiamo se freschissimi, danno alle carni la giusta sapidità, per un piatto che regala un vero “sapore marino”, riprendendo il titolo dell’antologia gastronomica di Marino Moretti che, con ironia, scrive “Noi siamo orgogliosi del nostro pesce e ci rifiutiamo di credere che ci sia altrove uno sgombro, una seppia, una triglia col nostro sapore”.

Pubblicato sul blog Venerdì di magro - La Stampa Mare

mercoledì 17 maggio 2017

Libri di mare e di costa

"Dopo la seconda notte di viaggio apparve, la mattina presto, l'isola di Corfù, l'antica Cefalonia. Era questa la terra dei Feaci? ... I dubbi si accrebbero, quando nel primo pomeriggio, proseguimmo il viaggio da Corfù verso Itaca che, in quanto patria di Odisseo, mi prometteva l'elemento greco. Restava il dubbio se noi avremmo mai potuto fare esperienza dell'elemento greco iniziale ... il dubbio che ogni sforzo di riguadagnare l'inizio resti vano e inefficace". Questo si chiedeva Martin Heidegger nel suo viaggio da Venezia alla studiata e ammirata Grecia, nella primavera del 1962.

Malgrado quel dubbio accompagni anche noi, la Grecia spesso continuiamo a sognarla e qualche ci torniamo. Perciò leggeremo sicuramente con grande curiosità "La Grecia di isola in isola" (Ediciclo, 15,00 €) il nuovo libro di Paolo Ganz, musicista e narratore veneziano, che nella luce impareggiabile di quei luoghi ritrova "il mito assoluto dell'antica Grecia, quel senso di struggente malinconia che mi afferra quando guardo il mare dalle coste a picco, gli uccelli pelagici che si avventurano in eterno volo dove l'uomo non può; dove l'orizzonte si confonde inesorabilmente con il cielo".

giovedì 4 maggio 2017

Ultima spiaggia? Presente, passato e futuro di un bene comune

L’AMMM, l’Associazione Mediterranea dei Musei Marittimi, organizza il 5 e 6 maggio 2017, presso il Museo della Marineria di Cesenatico, il suo XXIII forum internazionale. Il titolo scelto è: Il “museo liquido”. I musei marittimi per la salvaguardia e la valorizzazione della costa.

Il testo che trovate sotto è un'anticipazione del mio intervento.


In Romagna, come in tante altre regioni italiane ed europee, l’economia turistica è a prevalente trazione balneare, malgrado i tentativi di diversificazione, non sempre riusciti. Perciò oltre ad occuparsi di “concessioni balneari”,  ogni tanto ci si dovrebbe interrogare anche su che cosa è una spiaggia oggi. Una domanda alla quale tutti saprebbero rispondere, visto che tutti le frequentano, sia chi vive lungo le coste, dove negli ultimi 50 anni c’è stato un inurbamento epocale, sia chi vive in città, in campagna e in montagna. Pochissimi invece sono quelli che sapranno descrivere una spiaggia di ieri e, probabilmente, ancor meno sono coloro che ragionano sulla spiaggia di domani, sul futuro di un bene comune e sulla sua relazione imprescindibile con il mare.

Oggi la spiaggia è un affollato spazio pubblico, a Rimini come a Valencia, a Nizza come a Myconos, per rimanere nel Mediterraneo. Uno spazio, più o meno, attrezzato e commerciale,  ad uso prevalentemente balneare. Osservando le pratiche con più attenzione ci si accorgerà che la permanenza sulla sabbia ha preso il sopravvento su quella in acqua e quindi sarebbe più giusto parlare di spiaggianti, anziché di bagnanti. In spiaggia si prende il sole, si gioca, si balla, si beve e si mangia, mentre in acqua al più si rinfrescano gli adulti o ci giocano i bambini, sempre ammesso che i genitori non preferiscano le più tranquille e igienizzate piscine, sulla spiaggia! In mare è ormai rarissimo vedere persone che nuotano, per non dire poi di quelli che remano o veleggiano. E’ vero che ci sono delle straordinarie eccezioni, su cui riflettere anche per futuri utilizzi. Quindi oggi la stragrande maggioranza delle spiagge è ascrivibile agli spazi urbani, con qualche residuale microambiente naturale, da tutelare con la massima attenzione.

Se si allarga l'orizzonte temporale si scopre che “l'invenzione del mare”, riprendendo il titolo di un libro di successo dello storico francese Alain Corbin, è relativamente recente ed è da far risalire al periodo che va dal 1750 al 1840. In meno di un secolo le spiagge diventarono in tanti paesi europei i luoghi prediletti del loisir, con tutto quello che ne conseguirà, a cominciare dalla massiccia urbanizzazione. Se in Inghilterra nel 1841 la ferrovia trasformerà Brighton in una località balneare di massa, in Italia solo venti anni dopo sarà sempre la ferrovia a giocare un ruolo chiave nel successo turistico di Rimini, che aveva inaugurato il primo Stabilimento dei Bagni nel 1843. Allora la nascente attività aveva uno stretto rapporto con le comunità dei pescatori, almeno con quelli costieri che proprio sulla spiaggia rimessavano le loro piccole barche, nonché le attrezzature. Altrettanto significativa, almeno fino agli anni Sessanta del Novecento, erano le pratiche marinaresche, a cominciare dal nuoto, dal remo, con l'affermarsi del moscone, dalla vela, con cui i pescatori proponevano uscite prima con lance e battane usate per la pesca e poi con i cutter, barche appositamente costruite a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta. La riva del mare, a differenza di oggi, era un lunghissimo rimessaggio, ad uso turistico con una valenza comunque anche marinaresca.  Fotografie, cartoline, filmati d’epoca ci mostrano, in Romagna come in Catalogna e in tante altre regioni mediterranee, una vitalità acquatica, oggi inimmaginabile, anche a causa di divieti nautici di ogni sorta. La spiaggia oggi non è più il naturale punto di partenza per chi vuole conoscere il mare, per chi vuole fare esperienza di nuoto, remo e vela. La spiaggia è il luogo dei cultori del wellness e non di chi vuole vivere il mare.


Per fortuna, c’è qualche eccezione perché c’è qualche porto-spiaggia, dove sopravvive un diporto poplare, ci sono i pescatori ricreativi e i surfisti, quelli da onda, da remo, da vela, da aquilone o, per usare un linguaggio contemporaneo c’è chi fa surf, SUP, windsurf e kytesurf. Pratiche antiche o moderne che rappresentano un patrimonio importante e appassionate, da cui partire anche per innestare curiosità storiche e culturali. Perché la cultura del mare non rimanga ad esclusivo appannaggio di un numero ristrettissimo di studiosi, la spiaggia come luogo delle pratiche marinaresche deve tornare ad essere centrale. Liberare qualche spiaggia da lettini e ombrelloni, per fare posto a derive e mosconi; liberare qualche spiaggia da cabine e ristoranti per, fare posto a rimessaggi e laboratori, entrambi necessarie propaggini di dinamici “musei  liquidi”, capaci di far riscoprire ai cittadini le gioie che regala il nuoto, il remo e la vela, oltre alla storia e alla cultura di chi il Mediterraneo lo ha vissuto e attraversato, per necessità o per lavoro. Spiagge quindi non solo ad uso balneare, ma anche come spazi pubblici per una viva rinascita di una mediterraneità culturale e marinaresca. Certi che le piazze pubbliche, anche di sabbia, sono volani culturali ed economici.





domenica 16 aprile 2017

Velabondismo - Il lago di Bolsena

Per un velabondo anche “qualsiasi lago va bene”, parafrasando il titolo di un libro di Alex Carozzo che ha fatto storia. Se il grande navigatore aveva costruito il mitico Golden Lion, uno sloop di 10 metri in compensato marino, all'interno della stiva di un mercantile per attraversare gli oceani, noi piccoli velabondi ci accontentiamo ogni tanto di caricare una barchetta sul tetto dell'auto per navigare anche sui laghi. Ci accomuna però la ricerca del satori della vela, che per noi come per Carozzo può realizzarsi solo a partire dall'assunto “less is more”, cioè “il meno è più” o “il minimo è il massimo”. Così se Carozzo ha dimostrato che si può navigare in oceano con barche a spigolo semplici, anche autocostruite con materiali poveri, noi velabondi continuiamo con gioia a praticare una vela costiera con piccole derive, dormendo in riva sotto le stelle, cullati dalla risacca.

Quindi barca sul tetto dell'auto e via, questa volta verso un lago relativamente piccolo ma molto profondo, non solo per batimerie, ma anche per storia geologica e umana. Velabondaggio primaverile, quando ancora le acque, dolci o salate, della Penisola non sono occupate dalle caotiche truppe balneari, quando ancora le spiagge sono semideserte e i locali meglio disposti ad ospitare chi inaspettatamente arriva con una piccola vela.
Quattro giorni di vela e un po' di remo, zigzagando in due con una deriva a spigolo di 4 metri su un lago quasi perfettamente circolare, con un raggio di circa cinque chilometri e due isole che, in verità, erano la vera meta del viaggio. Arrivo a Bolsena, il borgo medievale più importante che dà il nome al lago stesso. La fondazione è di epoca romana, ma è la Rocca Monaldeschi, costruita tra il XIII e il XV secolo, il cuore del paese. Un paese che deve la sua fortuna, oltre che al lago e alle fertili colline che lo circondano, anche alla Via Cassia, la consolare romana che collega Roma con Firenze.
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In un primo pomeriggio di un inizio giugno perturbato, con una brezza incerta per forza e direzione, abbiamo fatto il primo bordo in acque dolci, molto limpide e blu scure, lasciando a poppa Bolsena. Le rive del lago, viste dalla barca, si rivelano subito interessanti, sia perché in larga parte deserte, sia perché hanno alle spalle un verdeggiante scenario collinare. Una costa coltivata o boschiva, poco urbanizzata, un paesaggio rurale come pochi altri in Italia.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di aprile 2017.


domenica 9 aprile 2017

Predrag Matvejevic

Sono giorni, anni tragici per tante genti mediterranee e più in generale per chi ha la necessità di attraversarlo questo mare bellissimo e difficilissimo. Ma il Mediterraneo, non dimentichiamolo, è storicamente "il mare della vicinanza", riprendo la definizione data da Predrag Matvejevic, e dobbiamo continuare a impegnarci per capire meglio le differenze e affrontare pacificamente i problemi irrisolti. Perciò credo sia utile leggere con attenzione l'intervista proprio a Predrag Matvejevic, che propone nel numero di aprile L'Indice dei Libri del Mese,

Ecco il link all'intervista, raccolta da Alessandro Stillo nel 2010 sull'isola di Koločep, l'affascinate isola di Calamota, del piccolo Arcipelago delle Elafiti.

martedì 28 marzo 2017

Insulomania

Isole marine o lacustri, fluviali o lagunari, comunque scrigni preziosi, anche di storie antichissime.

SAN LAZZARO DEGLI ARMENI

Ci sono isole lontane che nascondono storie vicine. Ma è vero anche il contrario. Perché ci sono isole vicine che nascondono storie lontane, nel tempo e nello spazio. Esemplare è la vicenda dell'Isola di San Lazzaro degli Armeni nella Laguna Veneta, che già nel nome tiene insieme due diverse storie. San Lazzaro rimanda infatti all'utilizzo medievale dell'isola, quando era un lazzaretto posto a un miglio da Piazza San Marco e a soli cento metri dalla riva interna dell'isola del Lido. Un'isoletta “presso la riva sciroccale del canale Lazzaretto Vecchio, 500 passi ad ostro dall'isola di S.Servilio”, si legge in una guida ottocentesca che restituisce la dimestichezza con i venti che in tanti avevano un tempo. Degli Armeni invece ci parla della storia recente, avviatasi nel 1717 quando l'isola fu donata dalla Repubblica a Manug di Pietro detto Mechitar. Questo monaco armeno fondò a Costantinopoli nel 1701 un ordine che da lui prese il nome, seguendo la regola benedettina. 
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di marzo 2017




giovedì 23 marzo 2017

Incontri del Mediterraneo

La XV edizione di Incontri del Mediterraneo, che si svolgerà dal 23 al 25 marzo 2017 a Riccione, farà il punto sulla complessa e drammatica situazione della sponda sud e sulle inevitabili conseguenze che riguardano l'Europa. Tre giorni in cui ascoltare testimonianze e racconti, ma anche per riflettere e confrontarsi, per ricordare che poesia, letteratura e musica possono alimentare speranze di pace.

Tra gli ospiti: Domenico Quirico, Gigi Riva, Lara Goracci, Marta Ottaviani, Elly Schlein, Jean Leonard Touadi. Il programma completo.

martedì 14 marzo 2017

Predrag Matvejević, maestro mediterraneo

A bordo i libri sono fedeli compagni di viaggio. Ce lo hanno insegnato anche i mostri sacri della vela, a partire da Joshua Slocum che durante il suo mitico giro del mondo passava giorni interi a leggere “dimentico della fame, del vento e del mare”. Se i portolani sono obbligatori, altri sono necessari, affinché la scoperta possa compiersi. Tra questi, almeno per chi naviga in Mediterraneo, c'è senza ombra di dubbio “Mediteranski Brevijar”, “Breviario mediterraneo” di Predrag Matvejević,  morto il 2 febbraio scorso. Un libro pubblicato per la prima volta in serbocroato esattamente 30 anni fa, un libro “che fa parlare la realtà e innesta perfettamente la cultura nell'evocazione fantastica”, riprendendo le parole di Claudio Magris che ne ha scritto la prefazione all'edizione italiana.
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Per ricordare e ringraziare Predrag  Matvejević, insieme a tutti quelli che sulle rotte mediterranee ci hanno preceduto, mandiamo a memoria un antico proverbio sefardita: “dame el mazal e etchame a la mar”, “dammi al fortuna e gettami in mare”.

L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di marzo 2017.

domenica 5 marzo 2017

Björn Larsson a Pordenone

Oggi su Repubblica trovate un'ampia anticipazione del racconto scritto da Björn Larsson, ospite della XXIII edizione di “Dedica”, la rassegna monografica organizzata dall’associazione Thesis, che si tiene a Pordenone dall’11 al 18 marzo 2017.

Una decina di appuntamenti dedicati all’opera dello scrittore svedese tra conversazioni, letture dai suoi romanzi, mostre, documentari e spettacoli teatrali.
Sarà lo stesso Björn Larsson a leggere "Le mie fini del mondo", l'11 marzo 2017.

Programma completo di "Dedica".


martedì 28 febbraio 2017

Venerdì di magro

I doni della natura” (Vallardi; 2016; pp. 254 € 18,00) si intitola l’ultimo libro tradotto in italiano di Richard Mabey, giornalista, scrittore e naturalista inglese di fama internazionale. Si tratta di specie selvatiche commestibili, che tutti possono raccogliere gratuitamente e, non a caso, l’edizione inglese si intitola “Food for free”, il cibo gratuito. Specie vegetali terresti innanzitutto, ma anche funghi, alghe e molluschi. Parafrasando Mabey, quando ci si trova davanti agli scaffali di un moderno supermercato, è facile dimenticare che anche ogni cibo ittico può essere ancora liberamente pescato, facilmente da tutti, soprattutto per quanto riguarda i molluschi che si possono raccogliere nelle basse acque di riva: telline, cannolicchi, vongole, cuori, patelle, mitili e tanti altri. Molluschi che “dal punto di vista del raccoglitore, sono più simili a piante che ad animali: vivono più o meno in un posto, e non li si caccia, ma li si raccoglie”. Di telline, cannolicchi e mitili, tutti oggetto di pêche à pied, come scrivono e praticano i francesi, abbiamo già raccontato in precedenti post, così come delle poveracce, cioè delle vongole lupino, che sono un prodotto tradizionale della costa adriatica.
Nelle lagune dell’Adriatico, ma anche in quelle sarde e siciliane, si pescano invece sempre a piedi le vongole veraci. Nome fuorviante, perché fa riferimento a due specie, di cui una effettivamente autoctona, ma ormai molto rara e costosa, che si vende a 15/20 euro al kg. Un’altra invece è alloctona, cioè è stata introdotta in Italia alla metà degli anni Ottanta del Novecento, ed è nota anche con il nome di vongola filippina o, per dirla alla venziana, caparossolo filipino. Una specie che ha trovato condizioni ottimali, tanto da diffondersi anche naturalmente e abbondantemente in tutti gli ambienti lagunari mediterranei. La vongola filippina cresce in fretta, raggiungendo i 25 millimetri in meno di due anni, e ha alti rendimenti per metro quadrato. Ha perciò fatto la ricchezza di tante comunità pescherecce, a partire da quelle del Polesine e del Veneto.
E’ sempre Richard Mabey a ricordarci che “i molluschi sono una delle ancore di salvataggio cui gli abitanti della costa si aggrappano per salvaguardare la propria indipendenza economica”, ieri come oggi, antichi e nuovi “doni della natura”.

Pubblicato oggi sul blog Venerdì di magro, de La Stampa - Mare, dove troverete anche tanti altri brevi racconti di pesci e pescatori.

domenica 19 febbraio 2017

Biblioteca di mare e di costa

"Agganciai il moschettone della cintura alla life-line e andai fino a prua. Un varco, sul lato sinistro dell'uscita, si iniziava pian piano a intuire, ma in proporzione agli iceberg era piuttosto stretto. Gli iceberg erano tre, giganteschi: uno massiccio e squadrato, gli altri più frastagliati, con un paio di vaste grotte azzurre. Mi chiesi cosa sarebbe accaduto se durante la notte quelle isole galleggianti avessero deciso di incastrarsi all'imbocco dell'insenatura, quanto avremmo aspettato prima di attaccarci alla radio e provare a chiedere aiuto, cosa avrebbero potuto fare per aiutarci."

E' questo una breve descrizione del paesaggio marino narrato da Pietro Grossi nel suo ultimo libro "Il passaggio" (2016, Feltrinelli; pp. 160, 15,00 €). La storia di un uomo che improvvisamente ritrova un padre dagli occhi "stralunati che mi terrorizzavano", a bordo di una barca con cui vorrebbe affrontare il mitico Passaggio a Nord Ovest, che premette di andare dall'Atlantico al Pacifico nelle estreme regioni artiche. Un ambientazione marinaresca contemporanea, del tutto inusuale nel panorama letterario italiano. Un libro in cui il "passaggio" non è però solo geografico, ma anche generazionale.

“E fu quello l'istante in cui capii tutto ciò che c'era da capire su mio padre. Si aprì come una fessura nel tempo, il mondo rallentò, e l'uomo che avevo davanti fu tagliato via da tutto il resto.”

mercoledì 8 febbraio 2017

Bruce Chatwin marinaio?

Bruce Chatwin, uno dei più grandi scrittori di viaggio del Novecento, è stato anche un marinaio? Se lo può chiedere anche chi non conosce la sua opera, ma ha visto solo per caso la copertina de L'alternativa nomade, il suo ultimo libro pubblicato in Italia, dove c'è una foto che lo ritrae nel 1964, all’età di 24 anni, a Cowes, in cerata al timone. Se poi a qualche appassionato di mare è capitato di leggere Anatomia dell’irrequitezza, indelebile è il ricordo di una sua affermazione: “Il primo libro adulto che lessi da cima a fondo fu Sailing Alone Around the World del capitano Joshua Slocum. Gli tennero dietro The Venturesome Voyages of Captain Voss di John C.Voss” e solo dopo Melvile e London. Questo racconta Chatwin nel 1983, parlando della sua formazione di scrittore,  quando è già affermato in tutto il mondo.
Insomma due indizi rilevanti, che sollecitano la domanda iniziale. Bruce Chatwin è morto nel 1989 e noi possiamo solo provare a cercare una risposta nei suoi libri, pubblicati in vita o postumi. A questi si aggiungono le biografie e gli scritti della moglie.
Nicholas Shakspeare, amico e biografo, conferma che Chatwin entrò giovanissimo in contatto con la letteratura marinaresca. Non solo perché il padre Charles era stato in marina ed era un appassionato di vela, ma anche perché i primi libri che acquistò “trattavano di navigazioni attorno al mondo: Sopranino, Blue Water and Shoals,  The Venturesome Voyages of Captain Voss”. Inoltre Chatwin ha frequentato la Old Hall School, a Wellington nel sudovest dell'Inghilterra, dove aveva studiato il padre di Shackleton e c'era “una biblioteca fornita di libri di Joshua Slocum, Richard Henry Dann, Jack London, Lucas Bridges”. Sarà lo stesso Chatwin a raccontare di aver “preso un libro dalla biblioteca intitolato We didn't mean to go sea che dice come guidare [traduzione italiana di “to sail” …] un cutter di 5 tonnellate”, da cui sperava di imparare qualcosa.

L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di febbraio 2017.

venerdì 3 febbraio 2017

In ricordo di Predrag Matvejević

“Il brodo di pietra è antico come la miseria sul Mediterraneo”, ha scritto un grande cantore del mare, Predrag Matvejević, che è morto ieri. Predrag è stato maestro e amico, per questo vogliamo ricordarlo a tavola, al nostro fianco mentre con noi divide il pane, il “pane nostro” che ha poeticamente narrato nel suo ultimo libro, e il brodo di pietre, che non dimenticheremo di preparare, per fare delle acque mediterranee la nostra stessa carne. “Si prendono da un posto fino al quale non giunga la bassa marea due o tre pietre, né troppo grandi né troppo piccole, inscurite dalla lunga giacenza sul fondo del mare; si cuociono a lungo nell'acqua piovana, fino a che non esca tutto ciò che si trova nei loro pori; si aggiungono alcune foglie di alloro e tino, infine, un cucchiaio d'olio d'oliva e di aceto di vino”. Questa è la ricetta, tramandata da Matvejević nel suo straordinario “Mediteranski Brevijar”, pubblicato nel 1987 a Zagabria e tradotto poi in tutto il Mondo. Un brodo di pietre che era noto nel mar Tirreno e in tutte le isole dello Jonio e dell'Adriatico, in quel labirintico arcipelago che Predrag, nato a Mostrar nel 1932, amava e conosceva meglio di ogni altro angolo del Mediterraneo. Il brodo di pietra lo cucinavano gli Illiri, i Greci, i Liburni e probabilmente già i Fenici e gli Etruschi. Di certo continueremo a preparalo noi, anche per ricordare Matvejević che ci ha insegnato che “il mare non lo scopriamo da soli e non lo guardiamo solo con i nostri occhi. Lo vediamo anche come lo hanno guardato gli altri, nelle immagini e nei racconti che ci hanno lasciato: veniamo a conoscerlo e lo riconosciamo al tempo stesso”. In oriente i maestri del tè mettevano dei pezzetti di ferro nel bricco per farlo cantare armoniosamente, noi innamorati del mare mettiamo dei sassolini in una variante del brodo di pietre fatta solo con acqua marina, aglio, olio e odori della macchia mediterranea, così che mentre lo prepariamo sentiamo anche il rumore della risacca.
Grazie, hvala Predrag.

domenica 15 gennaio 2017

Velabondismo

Vela, vela e ancora vela ... possibilmente in deriva, perché è semplice, solitaria, selvatica, sapida e sentimentale. 

Thaiti, primi anni Novanta del Novecento. Bernard Moitessier, quasi settantenne, il vagabondo dei mari del sud, scrive: “Non esitate a fare le vostre prime esperienze su un Optimist: ne otterrete un immenso profitto”. Questo sarebbe già sufficiente come invito a vivere l'esperienza della vela, fatta nel modo più semplice: con una deriva. Ma è lo stesso Moitessier a rinforzare l'esortazione, dicendo che “Con l'Optimis, i sensi si acuiscono naturalmente. Le sole voci che sentirete saranno mormorate al vostro orecchio dalla carena, la vela, il vento, il mare, i ciottoli”.
Perciò, senza essere tacciati di fare come la volpe con l'uva, possiamo dire che chi ama la semplicità, ama la vela, innanzitutto quella in deriva che è la più istintuale delle vele. A dieci anni s'impara, a venti si regata … a cinquanta semplicemente si continua a navigare o, perché no!, si incomincia a farlo. Se a 50 anni non basta un libro per raccontare esperienze ed emozioni vissute in deriva, possiamo però provare a distillare almeno 5 buoni motivi per continuare ad andarci. La deriva è semplice, solitaria, selvatica, sapida e sentimentale. 5 magiche esse, per altrettanti magici motivi.
La deriva è semplice, non perché sia subito facile navigare, anzi all'inizio è un po' più difficile perché l'equilibrio è instabile.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di gennaio 2017.


domenica 8 gennaio 2017

Le avventure di Corto Maltese

"Sono l'Oceano Pacifico e sono il più grande di tutti. Mi chiamano così da tanto tempo, ma non è vero che sono sempre calmo. A volte mi secco e allora do una spazzolata a tutti e a tutto. Oggi per esempio mi sono appena calmato dall'ultima arrabbiatura. Ieri devo aver spolverato via tre o quattro gusci di noce che gli uomini chiamano navi..."
E' questo l'indimenticabile incipit di "Corto Maltese. Una ballata del mare salato", forse il libro più noto di Hugo Pratt.

"50 anni di Corto Maltese, viaggiatore di mari e di terre" è lo speciale andato in onda questa sera su Radio Tre e riascoltabile in podcast. Da non perdere per gli amanti dell'avventura reale e fantastica, di ieri e di oggi.

lunedì 2 gennaio 2017

Biblioteca di mare e di costa

E' in edicola oggi sul Corriere Romagna "Aria di mare", con una pagina dedicata all'ultimo libro di Giulio Stagni, “Vele imperiali. La belle époque dello yachting dal Mar Baltico all'Adriatico” (Editrice Incontri Nautici, pp 168, 20 €).

In Romagna la storia della vela è antichissima, come testimoniano splendidamente i mosaici romani di Rimini e quelli bizantini di Ravenna. Una storia lavorativa che si è rinnovata per secoli, fino ai primi decenni del Novecento, con le forme e i colori delle vele al terzo. Se quell'epoca si è conclusa con la rivoluzione dei motori e delle eliche, negli stessi anni la vela divenne anche sulle rive romagnole un diffuso ed entusiasmante svago. Un fermento velico che si concretizzò con la fondazione nel 1933 del Club Nautico Rimini e del Club Nautico Riccione, seguiti poi nell'immediato dopoguerra dal Circolo Velico Ravennate nel 1949 e dal Circolo Nautico Cervia nel 1953. Nei decenni successivi ci fu un proliferare di associazioni, chi con sede sul porto chi sulla spiaggia, tutte accomunate dalla passione per la vela.
Ma quella romagnola è una vicenda che si innesta su una storia adriatica precedente, più austriaca che italiana almeno per quel che riguarda il diporto, come ci racconta con parole e immagini Giulio Stagni in “Vele imperiali. La belle époque dello yachting dal Mar Baltico all'Adriatico” (Editrice Incontri Nautici, pp 168, 20 €). Infatti nella seconda metà dell'Ottocento se i Savoia non amavano l'acqua, prediligendo i cavalli e la caccia, gli Asburgo al contrario si prodigarono per la diffusione del diporto, prima sui laghi mitteleuropei e poi sulle rive adriatiche. Risale al 1883 la fondazione del Wiener Segel Club, il primo circolo velico austriaco. Solo cinque anni dopo, nel 1888 alcuni giovani ufficiali di stanza nella base navale di Pola, che praticavano lo yachting, chiesero alla Marina finanziamenti e spazi per la loro associazione. Richiesta che venne accolta nel 1891 con la concessione dell'insenatura di Vergarolla, interna alla grande baia di Pola, e nel 1895 venne formalizzato lo statuto del K.u.K. Yacht-Geschwader.
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L'articolo completo e un box dedicato a Carlo Sciarrelli è pubblicato sul Corriere Romagna del 2 gennaio 2017.