Racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano - Fabio Fiori

mercoledì 27 gennaio 2016

Incontri

Domenica 31 gennaio 2016, ore 18.00
Teatro Rosaspina - Montescudo (RN)

LE PAROLE DEL MARE


Spettacolo in tre movimenti sull'inquinamento da plastica dei mari
di REPARTO PROTOTIPI
a seguire incontro con Nicolò Carmineo e Fabio Fiori

info e prenotazioni
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Domenica quindi incontrerò Nicolò Carnimeo, dopo lo spettacolo liberamente tratto dal suo ultimo libro "Come è profondo il mare" (Chiarelettere, Milano 2014), di cui di seguito trovate una mia recensione pubblicata qualche mese fa su L'Indice dei Libri del Mese.

Il Mediterraneo è mille cose insieme, scrive Fernand Braudel. Lo è fin dalla notte dei tempi e continua ad esserlo. Geograficamente è un mare tra montagne, riprendendo sempre le parole dello storico francese, e le sue coste, affollatissime, sono teatro ancora di sanguinosi conflitti, mentre le sue acque e i suoi fondali scontano anche i nefasti effetti di un caotico sviluppo, spesso rovinoso da un punto di vista ambientale. Alla maniera di Charles Clover e di William Langewiesche, autori di due libri d'inchiesta di successo dedicati alle recenti problematiche del mare, Nicolò Carnimeo ha incominciato qualche anno fa il suo viaggio esplorativo in quella che l'editore, forse con un eccessivo clamore, ha definito “la più grande discarica del Pianeta”, cioè il mare e il Mediterraneo, nello specifico. Se i problemi indagati e narrati con passione sono assolutamente rilevanti e purtroppo poco conosciuti, meno convincente appare il ricorso a numeri e micro-casi che rischiano di sovra eccitare il lettore, e più in generale il pubblico mediatico. Si rischia così di non sensibilizzare ma di provocare un rassegnato pessimismo, con una conseguente fuga dagli ambienti naturali del quotidiano.
Consapevole che la scienza procede in altro modo, e un episodio non costituisce prova rilevante, voglio comunque confrontare una mia recentissima esperienza con quella del capitano-ecologista Charles Moore, scopritore dell'enorme isola di plastiche galleggianti dell'Oceano Pacifico e primo testimone interpellato da Carnimeo, per suggerire una riflessione più generale.
Anche ieri sono andato a pescare a poche miglia dalla riva adriatica e nell'intestino dei 35 pesci eviscerati, sgombri, suri e lanzardi, per fortuna non ho trovato traccia di quelle plastiche che riempivano le viscere della lampuga pescata nell'Oceano Pacifico da Moore, secondo cui “Ci sono frammenti di plastica in gran parte dei pesci che mangiamo”. Per fortuna invece i pesci, come tutti gli animali, sono abilissimi nel selezionare il cibo e chiunque abbia un cane, un gatto o un pesce rosso lo sa.
Il racconto di Carniemeo si fa invece drammaticamente appassionante nella ricostruzione di storie vicine, come quella di Priolo in Sicilia, e lontane, come l'intossicazione da mercurio a Minamata in Giappone. Due casi emblematici di quella marea silenziosa, parafrasando la più volte giustamente citata Rachel Carson, che ha trasformato splendidi ambienti marini in mortifere discariche acquatiche. Ma, va ribadito, che il Mediterraneo nel suo insieme non è una discarica, perciò è doppiamente importante raccogliere l'invito di Nicolò Carnimeo a combattere i troppi rapporti criminali con il mare, a partire dalle nostre abitudini.

ps
l'immagine del post è una foto di scena dello stesso spettacolo

mercoledì 20 gennaio 2016

Incontri

Rotta adriatica
Natura e cultura delle due sponde

Venerdì 22 gennaio 2016, ore 21
Circolo Velico Riminese
Via Destra del Porto, 147/A
Rimini (Italia)

Parole come vele, pensieri come barche; attendono venti propizi per lasciare il porto e avventurarsi nell'infinito mare.
(Fabio Fiori, 2008. Abbecedario Adriatico. Natura e cultura delle due sponde. Diabasis Ed.)

L’Adriatico è un piccolo mare solo per chi lo guarda con Google Maps o per chi lo attraversa con un Superfast. Al contrario l’Adriatico è un grande mare per chi lo naviga a vela e per chi lo conosce attraverso gli antichi isolari.
Noi che continuiamo ad andare da una sponda all'altra nella grazia dei venti, sappiamo cosa vivevano i marinai che alzavano vele al terzo. Noi che continuiamo a scrivere il nostro personalissimo portolano, leggiamo con rinnovata passione i resoconti dei cartografi dei secoli passati. Poi attraversando il Canale d’Otranto, abbiamo capito che l’Adriatico è uno dei tanti, diversi, mediterranei, dalle mille sfumature, cromatiche e naturali, linguistiche e culturali. I vorticosi, a volte devastanti, cambiamenti dei paesaggi costieri non hanno mutato la sua specificità geografica, l’essere una profonda insenatura che s’interpone tra due catene montuose, l’italica e la balcanica, tra due coste, una sabbiosa e una rocciosa, tra due acque, di smeraldo e d'indaco. L’Adriatico è un mare duplice per tantissimi altri aspetti, perché qui si scontrano la gelida Bora e il tiepido Scirocco, perché qui si incontrano fittissime nebbie e limpidissimi cieli. L’Adriatico è un mare duplice e difficile, da affrontare e da amare, ma per questo ancor più attraente.  E poi ci sono le mille isole, i cento fari, i tanti porti che fanno del Golfo di Venezia uno dei mari più affascinanti del mondo.
Un mare che sarà insieme il paesaggio e il protagonista di “Rotta adriatica”, il mio personale racconto che proporrò venerdì agli amici del Circolo Velico Riminese.            

mercoledì 13 gennaio 2016

Venerdì di magro

Sono tanti i pesci e le conchiglie che sono entrati anche nella storia dell’arte, a partire dalle pitture rupestri, tra cui quelle di 10.000 anni fa, della Grotta del Genovese sull’isola di Levanzo, nelle Egadi. Come non ricordare poi i mosaici romani della Villa del Casale di Piazza Armerina o l’ittiografia di Pompei. Si potrebbe costruire un vero e proprio catalogo, ricchissimo per forme e colori, per storie e allegorie. A riguardo, di certo la più allegorica delle conchiglie è la capasanta, magistralmente raffigurata da Sandro Botticelli ne La nascita di Venere. Nel quadro di fine Quattrocento, la capasanta è la barca sospinta da Zefiro, che porta la dea nata dalla spuma del mare. Più in generale, alle conchiglie dei bivalvi è legata un’ampia simbologia sacra e profana, che ha una storia antichissima. Quella della capasanta si riallaccia all’agiografia dell’apostolo Giacomo, che era pescatore insieme al fratello Giovanni e predicò anche in Spagna. Alle misteriose vicissitudini marinaresche del viaggio delle sue reliquie verso la Galizia si lega il suo simbolo, la capasanta o conchiglia di san Giacomo, diventata poi la conchiglia del pellegrino che ha percorso il Cammino di Santiago.

La capasanta “Abita nei fondi calcarei misti di arena; abbonda a dieci miglia  di distanza dal lido occidentale [dell’Adriatico settentrionale], ma si trova in diversi altri siti: commestibile; ricercato.”, annotava Giueseppe Olivi nella sua Zoologia Adriatica, pubblicata nel 1792. E lo stesso abate-naturalista dedicava ampio spazio a una sua “curiosa proprietà”, quella di potersi muovere grazie al movimento delle valve. I pettini, il gruppo a cui la capasanta appartiene assieme ai più piccoli, ma altrettanto buoni, canestrelli, “sono tra le poche che godono la facoltà d’inalzarsi ed ascendere dalla profondità di cento e più piedi fino alla superficie dell’acqua.”. Purtroppo questa specie oggi non abbonda più come nel Settecento e spessissimo quelle che vengono servite al ristorante sono d’importazione, magari decongelate. All’estero la capasanta si alleva, ed essendo un filtratore, nutrendosi perciò di ciò che c’è nell’acqua, di per sé non è un disvalore; è invece la successiva catena commerciale che spesso fa perdere le sue straordinarie qualità gastronomiche. Per il nuovo anno quindi concediamoci almeno una capasanta, simbolo anche di prosperità, ma solo se fresca e poco condita per gustarne appieno il sapore.

Sul mio blog pubblicato su sito Mare de La Stampa, troverete tanti altri pesci!

sabato 2 gennaio 2016

Biblioteca di mare e di costa

Montecristo. Dentro i segreti della natura selvaggia (pp. 194, €  18
Laterza, Roma-Bari 2015) è un reportage, avvincente e documentato, scritto da Marco Albino Ferrari, gran conoscitore della montagna, che nel gennaio 2015 ha trascorso un paio di settimane su una delle isole più misteriose del Mediterraneo. Misteriosa non solo per l'aura letteraria che da secoli la circonda, ma anche perché è inaccessibile ai più da tempi altrettanto remoti. Il racconto è doppiamente interessante proprio perché l'esperienza e il racconto riflettono innanzitutto passioni e conoscenze di un autore che è più attento alle isoipse che non alle isobate, ai pendii che non alle baie. Potremmo quindi dire che è la riuscita narrazione non tanto di un'isola bagnata dal mare, ma di una montagna circondata dall'acqua. Per la precisione di una vetta di 645 metri, ancora più alta se si considera però la parte immersa. Al di là dello status relativamente recente di “Riserva Naturale”, che risale al 1971, anche Ferrari alla fine della sua esperienza riconosce che “Montecristo è un paradiso artificiale, anche se tale ai nostri occhi non deve sembrare”.
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Il racconto di Ferrari non è solo una argomentata riflessione sulla wilderness, o sui suoi simulacri, ma si arricchisce anche di incontri con alcuni dei principali tutori di questo precario ordine ecologico: la coppia di guardiani innanzitutto, i comandi della Forestale che gestiscono la Riserva e alcuni ricercatori che, a vario titolo, hanno legato il loro lavoro, e un pezzo di vita, a quest'isola che i greci chiamavano semplicemente Ocrasia, in omaggio al colore dei suoi splendidi graniti
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Trovate la recensione completa su L'Indice dei Libri del Mese di dicembre 2015.