Racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano - Fabio Fiori

giovedì 14 settembre 2017

Pirsig, quando la vela è zen

La vela permette il ritorno all'antica “realtà del buio, del caldo e del freddo”. Con questa frase semplice e diretta Robert M. Pircig riassumeva il senso di una delle sue grandi passioni. Quella per la vela, di certo meno nota, di quelle per la motocicletta, lo Zen e i viaggi, che gli diedero fama internazionale, a partire dalla fine degli anni Settanta del Novecento. Pirsig ci ha lasciato nella primavera scorsa ma a bordo ci rimangono due suoi libri fondamentali: “Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta” un bestseller pubblicato per la prima volta nel 1974 e “ Lila: indagine sulla morale”, uscito nel 1991, dopo un lungo e doloroso silenzio, legato anche alla morte violenta del figlio che lo aveva accompagnato nel primo viaggio. Se già nel titolo il libro d'esordio esplicita il mezzo dell'avventura, nel secondo bisogna almeno leggere la quarta di copertina per capire che si tratta di una lunga riflessione filosofica fatta durante una navigazione in barca a vela.
“Secondo me insieme con la barca noi compriamo lo spazio, il nulla, il vuoto...enormi distese di acque aperte... e distese di tempo senza scadenze... E' una merce che vale un sacco di soldi... difficile da trovare in questi tempi”. Così racconta Fedro, il protagonista del libro, nonché armatore e comandante, ad altri marinai incontrati lungo la rotta che dal Lago Superiore lo porterà all'Oceano Atlantico.
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L'immagine del post è un'omaggio ad Aretè, il Westsail 32 con cui Pisig attraversò l'Oceano Atlantico e con cui navigò per decenni.
L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di settembre 2017

lunedì 28 agosto 2017

Il mare, le barche e le immagini di Gabriele Musante

Nello “specchio del mare”, parafrasando il titolo di un grande libro di Joseph Conrad, ogni marinaio vede la sua immagine, fatta di esperienze e ambizioni, di viaggi e di sogni. C'è chi li porta semplicemente dentro per tutta la vita e con il tempo inevitabilmente si disperdono, come la scia di una nave. Alcuni invece provano a lasciarne traccia, attraverso i racconti, fatti di parole o di immagini. Così fa da trent'anni Gabriele Musante che con grande passione va per mare e usa la china, la matita e l'acquarello. Parte di questo lavoro è stato raccolto ed è esposto fino a domenica 3 settembre 2017 nelle sale espositive del Museo della Marineria di Cesenatico, che fin dalle origini porta avanti parallelamente un doppio, importante, lavoro di documentazione, storica e contemporanea, legata ad autori che il mare lo vivono, lo studiano, lo raccontano oggi nella sua immutata bellezza, nel suo insuperabile fascino. Un Museo che, consapevole della lezione di Fernand Braudel, crede che “il mare, così come si può amarlo e vederlo, sia il più grande documento esistente sulla sua vita passata”.

Gabriele Musante, marinaio innanzitutto, quando si è appassionato al mare e alla vela?
Sin da bambino, da quando andavo in vacanza in Liguria con la famiglia. Prima attraverso la pesca subacquea poi, a 17 anni, ho fatto il primo corso di vela al Centro Velico di Caprera. Fu un’esperienza illuminante, da lì la mia vita stata guidata da due passioni: quella per il mare e la vela e quella per la pittura.
Quali esperienze ritiene siano state fondamentali?
Per la vela sicuramente l'approccio con Caprera e in seguito il periodo trascorso a Cervia negli anni Ottanta, frequentando Ettore “Uccio” Ventimiglia, partigiano e pioniere della vela da diporto italiana, Giuseppe “Peppino” Sartini, maestro d’ascia e titolare dell’omonimo cantiere, e molti altri.
Un mare che racconta per immagini, con quali tecniche?
Da sempre preferisco la matita e la china, a volte l’acquerello.
Quali scuole ha frequentato e quali maestri ha avuto?
Liceo Artistico e Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, scuola di scenografia. Lì il riferimento è stato il professore di storia dell'arte e noto critico Raffaele De Grada.
Più in generale quali sono stati e quali sono i suoi autori di riferimento?
Per il fumetto sicuramente Hugo Pratt che, con le avventure del marinaio Corto Maltese, ha fatto sognare una generazione intera. Ma altrettanto potenti sono state le suggestioni di scrittori che hanno saputo narrare il fascino del viaggio e della scoperta, umana e culturale; innanzitutto Ernest Hemingway e Robert Louis Stevenson.
Molte delle tavole esposte a Cesenatico realizzate negli anni Novanta del Novecento hanno come soggetti barche costruite nei cantieri romagnoli; perché e che rapporti ha avuto con costruttori, armatori e progettisti?
Durante il periodo trascorso a Cervia intorno al Cantiere Sartini gravitavano progettisti come Philippe Harlé e il suo grande allievo Jean-Marie Finot, o personaggi che non hanno bisogno di presentazioni come Cino Ricci o meno noti in Italia, ma molto conosciuti in Francia, come Laurent Cordelle. Tutti trasmettevano la grande passione per quel mondo, in un momento di particolare fermento non solo tecnico ma ideologico, si pensava infatti che la vela potesse diventare alla portata di chiunque la amasse.
Altri quadri esposti sono invece il frutto di collaborazioni editoriali, con riviste ed editori; che rapporto c'è tra committenza e ispirazione?

La maggior parte vengono dalla collaborazione con Bolina, un mensile di culto per i velisti fondato nel 1985 da Giorgio Casti, a cui io inviavo disegni e chine che raffiguravano soggetti scelti da me liberamente e poi il direttore li abbinava a sua discrezione con articoli calzanti. Credo che questa sia stata la collaborazione che mi lasciò la maggior libertà espressiva. Ci furono altri rapporti professionali con testate di Mondadori e Rizzoli dove a volte potei esprimermi sul mare.
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L'intervista completa la trovare oggi, lunedì 28 giugno 2017, sul Corriere Romagna.

lunedì 21 agosto 2017

Venerdì di magro

Alghe belle e buone, da mangiare.

Tempi duri per gli ittiofagi! Per paradosso (ma storicamente consolidato) proprio in queste settimane di mezza estate i banchi delle pescherie sono  quasi vuoti. Quasi, perché si trova sempre pesce di allevamento, cozze e vongole, e tanto (troppo?) congelato. Con il fermo pesca in atto, che comunque riguarda solo la pesca a strascico e volante, scaglionato per periodi nei diversi mari d’Italia, l’offerta ittica si è notevolmente ridotta.
Però… però si potrebbe rimediare con un po’ di sano spirito d’iniziativa, tenendo una canna o una lenza in mano o, in maniera un po’ più originale, provando a raccogliere alghe, ottime in cucina. Sì alghe, magari a partire dalla più comune lattuga di mare, che i biologi chiamano Ulva lactuca, nome con il quale ci si può sbizzarrire in Rete per ricerche nutrizionali e gastronomiche di più ampio respiro. Per chi invece voglia conoscere gli usi giapponesi, allora la parola chiave è aonori.
Come molte alghe è saporita e ricchissima di microelementi, comune e abbondante in acque basse, in zone protette da scogliere, naturali o artificiali. E’ un alga verde a foglia larga, simile proprio a quella dell’insalata. Alghe sconosciute ai più in Italia, ma apprezzate e molto consumate in Oriente e anche nel nord Europa. Con la consueta eccezione di Napoli, grande porto di mare e piazza peschereccia d’eccezione. Lì infatti la lattuga di mare la usano tradizionalmente per preparare le zeppole di mare, pasta crisciuta con le alghe, più nota come “ zeppulelle d’evera ‘e mare”. La lattuga di mare si può anche seccare in forno a bassa temperatura, dopo aver ben lavato e scolato le foglie, per poi sbriciolarle sul riso o sulla pasta come altre erbe aromatiche. Per chi invece ama sapori più delicati, con foglie fresche si possono preparare anche dei profumati brodi.
Viva le alghe in cucina quindi, a miglio zero, che ridurrebbero anche la pressione peschereccia, senza farci perdere il piacere insuperabile di un piatto di mare.

Pubblicato sul blog Venerdì di magro, de La Stampa - Mare, dove troverete anche tanti altri brevi racconti di pesci e pescatori.


martedì 11 luglio 2017

Venerdì di magro

Un estratto dall'ultimo post su La Stampa - Mare

“Le patelle sono animaletti coperti solo d’una scorza … et la sua polpa è molto saporita: si cuoceno sulla graticola, et sottostate nel modo, che si cuoceano, et si sottestano l’ostreche”, cioè prima lessata per poter essere estratta la parte molle, per poi metterla in padella con burro o olio, uno spicchio d’aglio, menta, maiorana, pepe e cannella, facendo cuocere per qualche minuto il tutto e poi servirlo con fette di pane. Così racconta Bartolomeo Scappi nella sua “Arte di cucinare”, pubblicata alla fine del Cinquecento. Se i gusti oggi sono cambiati e le patelle si apprezzano di più magari crude o facendo sughi per la pasta, rimangono comunque abbondanti sugli scogli nella zona mesolitorale, scrivono i biologi, cioè in quella che sta a cavallo tra la bassa e l’alta marea. Bisogna precisare che le patelle sono molluschi gasteropodi, cioè parenti delle chiocciole, e proprio come le chiocciole di terra sono erbivore, brucando le alghe che incrostano gli scogli.

Patelle che sono apprezzate in cucina anche da tanti liguri, come racconta Italo Calvino nel racconto “Pesci piccoli, pesci grandi”, dove uno dei protagonisti ha una vera e propria passione per questi “piatti molluschi che stanno appiccicati allo scoglio, e fanno col loro durissimo guscio quasi un tutt’uno con la pietra. …

Pubblicato sul blog Venerdì di magro, de La Stampa - Mare, dove troverete anche tanti altri brevi racconti di pesci e pescatori.

martedì 27 giugno 2017

Libri di mare e di costa

C’è stato un tempo in cui l’Adriatico si chiamava Golfo di Venezia che andava ben oltre il Canale d’Otranto. Erano i secoli in cui la Serenissima dominava il Mediterraneo orientale, con navi di legno e di pietra, cioè issando il suo gonfalone anche su tante isole, dalla Dalmazia fino a Creta e Rodi. Un tempo ormai lontano, conclusosi definitivamente con la fine della Repubblica di Venezia nel 1797, ad opera di Napoleone.
Ma le pietre hanno spesso una memoria più duratura dell’uomo e proprio alla ricerca di quelle pietre serenissime si è messo qualche anno fa Paolo Ganz. Dapprima nella sua amata Venezia, poi lungo la costa istro-dalmata, infine nello Ionio e nell’Egeo, raccontando quest’ultima avventura in “La Grecia di isola in isola” (Ediciclo, 2017; pp 190, 15,00 €). Dall’Adriatico all’Egeo, riprendendo il titolo della prefazione in cui si chiarisce subito lo spirito e i mezzi del viaggio, il punto di partenza, “Venezia, circondata dalla sua Laguna, protetta dalle barene trapuntate di ghebi serpeggianti” e quelli di arrivo, le tante isole “veneziane” ionie, egee e levantine. Il libro è diviso in cinque parti, ognuna con un chiaro riferimento geografico che è il filo conduttore della narrazione. Si incomincia con Rodi, la grande isola che segna parte del confine tra il mar Egeo e il mar di Levante, l’isola dell’ibisco, l’isola in cui Ganz sperimenta subito i rischi e le delusioni, ma anche le nostalgie e le curiosità che ogni viaggio sottende. Soprattutto per il viaggiatore attento, esigente, magari anche un po’ troppo romantico. Spesso quando si ritorna in un luogo, “Per non affrontare la disillusione bisognerebbe disfarsi del ricordo, come sanno fare gli scaltri contrabbandieri salonichioti, certe donne levantine, i mercanti turchi” e, aggiungiamo noi, i vagabondi di tutti i tempi e i luoghi. Agli aeri l'autore preferisce le navi, spesso malmesse, come quella che collega Trieste con Corfù, dove lo accoglie il “solito odore di sentina; l'odore del viaggio” e dove sperimenta la paura del mare, l'angoscia delle profondità buie e sconosciute, del naufragio che però “attraverso il filtro della mia incoscienza libresca, mi appare come l'inizio di una nuova vita”. Altrettanto sgangherati sono i ferry greci che collegano con la terraferma e, tra loro, le cento isole, vicine e lontane, piccole e grandi, tutte oggi strettamente dipendenti dall'economia turistica, ma non per questo meno affascinanti. Su quei traghetti Ganz riscopre la sua mediterraneità che, citando Jean-Claude Izzo, ti fa credere di essere navigatore anche senza navigare.

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La recensione completa è stata pubblicata lunedì 26 giugno 2017 sul Corriere Romagna